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A pesca con l'esperto

Bolentino alle Orate

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Bolentino alle Orate

Quando di solito andiamo a pescare a bolentino, catturiamo pagelli, saraghi e tanta minutaglia pelagica di corredo, di solito rappresentata da sgombri, sugarelli e boghe. Se questa volta invece, ci volessimo cimentare in un bolentino un po’ speciale, mirato alla cattura del nobile sparide qual è l’orata… beh, dovremo riflettere a fondo sulla strategia di pesca alla quale dovremo fare riferimento, ed iniziare a preparare le attrezzature nel modo che segue...

Le attrezzature per la pesca delle orate

Per quanto riguarda la scelta delle canne, opteremo per quelle di ottima qualità, rigorosamente in carbonio alto modulo, magari rinforzate sempre con intrecci di materiali speciali, sempre a base di carbonio, per rendere il prodotto molto più flessuoso ed elastico per “lavorare” al meglio, la preda, quando occorre. Oggigiorno il mercato, ci mette a disposizione una serie di modelli validi per questa tipologia di pesca. In base alle personali esperienze, consiglio una canna, lunga dai 4 ai 5 metri. La struttura della canna può essere, totalmente telescopica, oppure con cimini ad innesto in nylon pieno o con materiali ibridi: nylon-carbon, che sono molto sensibili, sopportano meglio i vari stress e sono intercambiabili, a seconda dell’azione richiesta, per aumentare la versatilità in pesca. Ad ogni scelta del cimino, col relativo innesto, adatteremo la piombatura in funzione dell’azione limite della canna in uso.

Ad esempio, ad una canna di 4 metri provvista di due cimini intercambiabili, uno da 100 e l’altro da 200 g, assolveranno entrambi una funzione in pesca diversa, a seconda della corrente presente nel luogo.

Le canne totalmente telescopiche invece, hanno già un’azione riportata graficamente sul fusto, ad esempio, 20 – 80, oppure 20-30 o anche 5-25 grammi. A prescindere poi, da questo aspetto, la canna deve essere preferibilmente ad azione progressiva, ossia, deve avere, se sottoposta a trazione, una flessione massima sulla vetta, che viene poi ripartita sul fusto, in modo proporzionale. Nella sintesi, a poco più un metro dall’impugnatura, deve esserci una certa riserva di potenza, prima della flessione totale degli elementi telescopici.

Dulcis in fundo… gli anelli! Che devono essere preferibilmente di qualità, come i Fuji, con pietra in SIC, o in Alconite, per meglio rispondere alle abrasioni causate, dallo sfregamento del monofilo sulla pietra dell’anello stesso.

I mulinelli invece, saranno a tamburo fisso di grandezza media 4000/5000, magari dotati di frizione sensibile e… precisa. Anche in questo caso, il mercato ci aiuta nella scelta, con prodotti tecnologicamente avanzati e… ad un prezzo allettante. E’ importante che abbiano i componenti interni affidabili, come i cuscinetti, e la varia componentistica accessoria. In sintesi, cuscinetti schermati inox ed ingranaggi in bronzo... ma di un certo “spessore”. Non sempre il numero dei cuscinetti contenuti all’interno di un mulinello è indice di alta qualità. Quindi, anche pochi elementi… ma buoni! Aiuta anche il dispositivo “antiritorno infinito” e/o la funzione “bait runner” che è nella sintesi, se innestata, quando avviene l’abboccata del pesce, seguirà uno scorrimento più fluido del monofilo, e la taratura della frizione, manterrà la regolazione pre-impostata. Comunque, a prescindere dei vari accorgimenti tecnologici a disposizione sul proprio mulinello, saremo noi, al momento in cui serve ferrare il pesce, regolare la frizione in modo corretto e lavorare e “pompare” il pesce se occorre fino all’epilogo della cattura con l’uso del guadino.

A questo punto, ipotizzando di avere a disposizione una canna ed un mulinello delle caratteristiche menzionate di cui sopra, dovremo trovare un “trave” o madre lenza da avvolgere alla bobina del mulinello. Se scegliamo il monofilo di nylon, sarà sufficiente avvolgere 250-300 metri circa di un buon 0,25-0,30mm, magari a memoria contenutissima e di tipo copolimerico ad alta resistenza alla trazione e all’abrasione. Oppure, un multifibre, Spectra o Dyneema, che è un trecciato capillare, poliestere ad altissima resistenza. Il trecciato a differenza del monofilo di nylon, a parità di resistenza alla trazione, presenta un diametro notevolmente più fine. Un trecciato di 0,17 mm di sezione, regge fino a circa 8 kg ed oltre, che è equivalente ad un monofilo super dello 0,35 mm. Inoltre il trecciato, è più morbido e più rigido: risulta sensibilissimo alle tocche del pesce! Ha di contro sul nylon, che è privo di elasticità e che produce, nel tempo, con l’uso frequente, una certa abrasione all’interno degli anelli. Proprio per tale ragione, le canne in uso in pesca col multifibre, montano gli anelli con pietra in SIC (silicio ad alta dispersione di calore) oppure in Alconite.

La scelta dei finali per le orate

Per quanto riguarda la scelta delle lenze terminali, ci orienteremo su 3 tipologie di finali.

Il primo finale, a mono-amo o bi-amo, provvisto di un singolo bracciolo, che deve essere lunghissimo, per neutralizzare l’eventuale sospetto dell’orata, il secondo, con due braccioli e piombo finale tipo bolentino classico. Ed il terzo, con piombo scorrevole fissato a monte della girella. Per costruire il primo finale è necessario congiungere la madre lenza, tramite una girella, con uno spezzone di monofilo fluorocarbon lungo 3 mt dello 0,26-0,28mm di sezione. Al capo libero di questo si fissa una girella a tre vie o uno snodo e/o attacco per bracciolo, e successivamente il piombo, di varia grammatura: si parte da 10 fino a circa 80 grammi o più, secondo la corrente presente del luogo. La distanza tra il piombo e lo snodo(attacco) o alla girella a tre vie, è regolata da un piccolo spezzone di 5 cm di monofilo dello 0,20… di tipo a perdere, a seguito di qualche incaglio sul fondo. Il bracciolo invece, sarà lungo dai 2,5 ai 3 metri, e variabile nella sezione, che va dallo 0,16mm al 23,5mm sempre in fluorocarbon. La diversa sezione da usare è subordinata alla diffidenza che l’orata dimostra di avere nel luogo in cui pescheremo. Naturalmente in fondo, fisseremo l’amo o due ami, uno seguente all’altro sullo stesso finale. Questo sarà di tipo robusto, in quanto la dentatura dell’orata spesso non perdona, con una numerazione che va dal 2 – 1 – 1/0 e 2/0 di tipo ad artiglio d’aquila.

Il secondo finale, mantiene le stesse caratteristiche generali dell’altro, come il calamento dello 0,26-0,28 lungo 3 mt con lo stesso attacco finale o girella a tre vie, vicina al piombo, ma con un altro attacco e un altro bracciolo da fissare sopra ad una distanza di circa 120 cm. In questo caso i braccioli avranno un solo amo e saranno lunghi cm 90-100 ciascuno.

Il terzo finale invece, si realizza inserendo nel capo libero della lenza madre: o una girella, o una clip o un antitangle che abbiano una funzione... a scorrere! Applicheremo a questi una piombatura leggera a crescere, secondo la corrente presente, e cioè dagli 8 ai 20/30 grammi ed oltre. Seguirà naturalmente la girella e circa 2,5/3 metri di fluorocarbon finale.

I fondali migliori, i luoghi, le profondità ed i periodi

I migliori fondali per insidiare le orate sono quelli la cui natura presenta un substrato prevalentemente sabbioso, cosparso da scogli, posidonia e fondo misto tra maciottito e degradi ciottolosi degli isolotti al largo della costa. Gli hot spot, sono quelli vicino alle opere portuali, quelle in prossimità delle lagune, ma sempre fuori a mare aperto e le secche al largo, su fondali variabili dai 15 ai 30 metri circa. In alcuni periodi, durante il loro processo di riproduzione(ottobre-novembre-dicembre), le orate si localizzano dai 40 agli oltre 50 metri di fondo. In estate, gli esemplari cosiddetti di “porzione” dai 500 grammi a circa un 1 – 1,5 Kg. fanno sovente la loro comparsa, nelle baie e nelle baiette sabbiose, a profondità di circa 4- 6 -8 metri, nei cui contorni si localizzano piccoli scogli e posidonie. L’orata si pesca tutto l’anno, ma in primavera inoltrata, estate e in autunno, si hanno i successi migliori.

Le esche più efficaci

Le esche più appetite per le orate, senza dilungarci troppo con le varie teorie, sono: il granchio nero di scoglio, il cannolicchio, la sardina freschissima in filetti o in tocchi, il bibi, la cozza intera, il verme di Rimini, la seppia ed il calamaro in pezzi, altri molluschi ed altri vermi come l’americano e l’arenicola. Nei bassi fondali sabbiosi, funzionano molto bene anche i bigattini, previa opera di pasturazione continua e costante. In questo caso, amo dell’8-10 e con innesco una serie di 8-10 bigattini, provare per credere!

La tecnica di pesca all’orata

Supponiamo a questo punto di essere pronti per il bolentino alle orate, con attrezzature, lenze, finali, pasture e…via! Conduciamo l’imbarcazione nel punto presunto, sopra o vicino al cappello di una secca, con un fondale idoneo per le orate. Prima di montare le canne con le relative lenze, procediamo nell’opera di pasturazione che potrà essere di due tipi, la prima, con pasturazione a fondo, tramite pasturatore apposito a sgancio rapido, con contenuto a base di sardine, se si innesca ovviamente a sardine. L’altra pasturazione, avviene sempre utilizzando lo stesso pasturatore a sgancio rapido, ma sostituendo il contenuto con cozze leggermente frantumate, frammenti di cannolicchi, ricci di mare etc. In questo caso si innesca ovviamente con la cozza, col cannolicchio oppure col granchietto nero di scoglio. Dopo l’avvenuta pasturazione, e a seguito della sistemazione delle canne in pesca, che di solito passa circa una decina, 15 minuti, iniziamo a calare le lenze sul fondo, osservando l’intensità della corrente. Sistemiamo la zavorra giusta e… iniziamo a pescare.

Sicuramente, potrà esserci qualche cattura a base di tanute e qualche sarago, ma dopo un po’ di attesa, la nostra pazienza sarà ricompensata con una bella “sfrizionata” magari con un bell’esemplare di orata. Di solito le orate pescate con questa tecnica, variano da 7/800 grammi fino al chilogrammo di peso. Capitano anche esemplari di due, tre… o più chilogrammi!

Capire come mangia l’orata

L’orata è uno sparide che si alimenta in modo deciso, e perde la sua innata diffidenza allorquando le si presenta l’esca davanti agli occhi, nel modo più naturale possibile. Questo è uno dei punti di forza del bracciolo o finale unico, che deve essere necessariamente... lungo! Ben 2,5-3 metri! Quindi, fluttuante nell’acqua sui giochi di corrente. Successivamente, il nostro grufolatore, per mangiare l’esca in tranquillità, non deve avvertire la minima resistenza che offre la zavorra sul fondo. Altro secondo punto di forza: il piombo scorrevole! E poi, gioca il suo ruolo l’osservazione della canna, situata nella postazione pesca o portacanne, che al momento della toccata, si flette lievemente, delicatamente. Occorre a questo punto agire prontamente con una ferrata!

Quando le orate sono a “montoneossia, nel periodo della loro riproduzione (ottobre-novembre-dicembre) e vengono localizzate in branchi a grufolare in prossimità del fondo, occorre pescare con finale a doppio bracciolo e doppio amo. Appena le esche arrivano sul fondo, è necessario mettere leggermente in tensione la canna e quando le orate toccano, producono un “tremolio” leggermente avvertito dal vettino e... energica ferrata! Verranno su esemplari anche di taglia considerevole sui 5-6 ed oltre chilogrammi! Se vi sono prede simili, sostituire i terminali, tipo bolentino classico con il piombo in fondo, con: trave 0,40mm e N°2 braccioli dello 0,38mm in fluorocarbon, doppio amo a bracciolo dell’1 – 1/0 – 2/0.

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